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Resilienza: la delicata connessione tra ambiente, economia e salute

Resilienza, una parola che ora va molto di moda. Qualunque cosa oggi è “resiliente”, dai nuovi materiali, alle tecniche di coltivazione della mela di origine sconosciuta, fino al programma di allenamento in palestra. Ma cos’è la resilienza?
Ogni settore a quanto pare adotta la il significato che più gli si addice, quindi conviene partire dall’inizio e cercare una definizione. Tralasciando quelle che fanno riferimento a tecnica e psicologia, nell’enciclopedia Treccani troviamo per l’ecologia: “la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato”. Un sistema è quindi resiliente quando, dopo un evento (o una serie di eventi), è in grado di ritornare alle condizioni antecedenti l’evento che ne ha disturbato l’equilibrio. Fino a qui è tutto semplice. Arriva un incendio in una foresta, la vegetazione viene azzerata, una volta spento il fuoco la vegetazione si sviluppa di nuovo e nel giro di un certo periodo di tempo ci sarà una nuova foresta. E a questo punto, almeno una domanda dovrebbe sorgere: come fa un ecosistema ad essere resiliente?

La resilienza degli ecosistemi

La resilienza è una proprietà dei sistemi complessi. Più un sistema è complesso, ovvero, quanto maggiori sono le sue componenti e le interazioni tra di esse, tanto meglio sarà in grado di riprendersi da un disturbo. A ben guardare, queste caratteristiche arrivano ad avere molto in comune con la definizione di biodiversità adottata alla Convenzione di Rio del 1992, ovvero “variabilità tra gli organismi viventi, compresi, tra gli altri, gli ecosistemi terrestri, marini e altri acquatici e i complessi ecologici di cui essi sono parte; essa comprende la diversità entro specie, tra specie e tra ecosistemi”. Riassumere il tutto diventa quindi piuttosto semplice: resilienza ecologica si traduce complessità biologica e quindi in biodiversità.

Qui arriviamo noi, Homo sapiens, che facciamo parte di questa biodiversità e siamo, molto probabilmente, la prima specie in grado di modificarla significativamente. Nell’epoca della green economy, del bio e del plastic-free, noi, specie auto dichiarata “la più intelligente del pianeta”, troviamo modi sempre più creativi per ridurre la biodiversità per fare spazio al profitto, tanto da qualche parte ci sarà un parco con una riserva di biodiversità dove andare a vedere i relitti di quello che l’evoluzione ha creato in miliardi di anni. Piantiamo alberi dall’altra parte del pianeta tramite servizi on line che ci fanno sentire un po’ “green”. Le aziende comprano quote carbonio (fondamentalmente aria) da altre aziende che dicono di avere una foresta che assorbe anidride carbonica in qualche luogo sperduto del pianeta. Tutto questo perché abbiamo sempre dato per scontato l’ambiente, non abbiamo mai dovuto pagare il pianeta per una fornitura di ossigeno, di terreno, per seppellire per un tempo indeterminato rifiuti o semplicemente per poter godere della vista di un bel paesaggio dalla finestra di casa.

Vi siete mai chiesti perché un appartamento vista mare costa di più dello stesso appartamento con vista sul parcheggio? Inconsapevolmente state pagando qualcosa messo a disposizione dall’ambiente, un “servizio ecosistemico” che include una componente fisica (aria, acqua, suolo) e tutti gli esseri viventi che vi abitano (la biodiversità di prima).
Cosa centra questo con l’economia? A titolo di esempio, sono servizi ecosistemici lo strato di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti, la disponibilità di acqua per le attività umane, l’impollinazione, la disponibilità di pesce negli oceani, materiali grezzi (petrolio incluso), principi attivi medicinali (le piante in particolare sono una fonte inestimabile e non ancora del tutto esplorata di principi attivi) e tutte quelle cose che adoriamo vedere quando andiamo in vacanza (spiagge, boschi, torrenti, montagne, ecc.). Credo che nessuno abbia mai pensato di pagare un affitto alla Terra per usare una spiaggia, estrarre materiali dal sottosuolo o tagliare foreste. Anche se non ci siamo mai preoccupati di dare un valore all’aria che respiriamo, qualcuno, è riuscito a stimare un valore per i servizi ecosistemici.

Uno studio pubblicato nel 2014 stima il valore medio annuale dei servizi ecosistemici in circa 125 000 miliardi di dollari l’anno (con una perdita di valore annuale stimata tra 4 300 e 20 200 miliardi di dollari rispetto al precedente studio del 1997). A titolo di esempio, come unità di misura per un confronto delle cifre, nello stesso periodo della ricerca, il PIL mondiale si aggirava intorno ai 75.200 miliardi di dollari all’anno. Sembra quindi che la biodiversità sia legata anche all’economia. I servizi ecosistemici generano movimenti monetari. Perderli, porta conseguenze più o meno dirette all’economia globale. Quindi, tutelare il pianeta e le risorse naturali equivale a tutelare anche l’economia. Per capirci, chi vorrebbe andare in vacanza su una spiaggia su un mare inquinato? O comprare una casa con vista su una cava?

Manca solo la salute. Come si collega con ambiente ed economia? Da secoli si sa come un ambiente salubre sia determinante per la salute delle persone. Da qui il più semplice ragionamento: se mantengo un ambiente sano avrò meno malattie, e meno malattie portano ad un risparmio su medicinali e spese sanitarie. Conclusione ovvia che non necessita di anni di ricerca e titoli di studio particolari.

CoViD-19 e ambiente: quali relazioni?

Come quasi sempre, le cose sono più complesse di come appaiono e l’impatto delle attività antropiche sull’ambiente si fa vedere anche in altre forme, in questo caso malattie. Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (inclusa la recente pandemia causata dal virus SARS-CoV-2) ha avuto origine dall’eccessiva vicinanza tra uomo e animali selvatici che ha favorito il cosiddetto “salto di specie” (spillover) dei vari patogeni fino all’uomo. Cosa centra questo con la tutela dell’ambiente? Per avere un quando un po’ più completo occorre fare un passo indietro. Da un punto di vista evoluzionistico ogni essere vivente punta ad un obiettivo fondamentale: sopravvivere. I virus, ad esempio, sono in circolazione da più di 3 miliardi di anni, quindi forse un minimo di esperienza l’hanno maturata e si sono evoluti insieme ad innumerevoli specie fino ai giorni nostri. Gli animali selvatici sono quindi una specie di serbatoio naturale di patogeni, i quali si sono evoluti per milioni di anni a contatto con essi arrivando ad un punto di equilibrio. Di punto in bianco arriva l’uomo, che sconvolge l’equilibrio e i patogeni, di fronte alla diminuzione di possibili ospiti, fanno l’unica cosa possibile: trovano un’altra specie da infettare. E da questo punto di vista noi siamo la specie perfetta. Siamo relativamente giovani, la nostra specie è comparsa tra 200 000 e 300 000 anni fa, quindi non abbiamo così tanta “esperienza” con i diversi patogeni. Abbiamo anche iniziato vivere ammassati in città sempre più grandi e inventato mezzi di trasporto che ci permettono di viaggiare su tutto il globo molto velocemente. Per un qualsiasi patogeno siamo l’ospite perfetto con cui diffondersi. Come se non bastasse, abbiamo comportamenti che non fanno altro che aumentare la possibilità di entrare in contatto con uno o più di questi patogeni. Come riporta uno studio pubblicato su Nature Communications, deforestare, frammentare habitat, distruggere ecosistemi, commerciare animali selvatici, ad esempio, non sono grandi idee, visto che non fanno altro che aumentare drasticamente il contatto con animali selvatici e quindi le possibilità di spillover.

Arriviamo quindi alla conclusione: ambiente, economia e salute sono strettamente interconnessi, ma alla base di tutto resta comunque l’ambiente. Il benessere economico e sanitario passa per il benessere dell’ambiente. Ambiente sano si traduce in tutela della biodiversità, che come effetto ne aumenta la resilienza e quindi la possibilità di adattarsi a fenomeni dannosi, come ad esempio i cambiamenti climatici.
Visto che noi, umani, sostanzialmente abbiamo il potere di modificare significativamente l’ambiente, cosa aspettiamo a prendere delle decisioni che potrebbero andare a nostro vantaggio?

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Giacomo Bernello

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