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Chi ha paura del cambiamento climatico?

Parafrasando le parole di una nota attivista climatica, sembra che il cambiamento climatico sia per qualcuno qualcosa in cui credere o meno, mentre per altri è un dato di fatto. Chi propende per la prima ipotesi sostiene che si tratta di un fenomeno naturale, che il clima è sempre cambiato e il riscaldamento registrato negli ultimi decenni è solamente un altro periodo più caldo come ce ne sono stati altri in passato. Quindi non serve a niente preoccuparsi e possiamo continuare a vivere come siamo abituati. A chi invece la seconda ipotesi sembra più probabile e perde tempo ad ascoltare ricercatori che da decenni rilevano dati, li elaborano e cercano di spiegarli tramite quel processo logico estremamente complesso – ma che tutti hanno sentito nominare almeno una volta alle lezioni di scienze delle scuole medie – conosciuto come metodo scientifico, la situazione attuale e le prospettive future non sono così rosee.

Come però spesso accade, la realtà non può essere riassunta in un titolo di giornale o spiegata in poche righe su un social network.
Il clima non è semplicemente il risultato della somma di fenomeni atmosferici e posizione sulla Terra, ma è dato dell’interazione di molti fattori come radiazione solare, latitudine, altitudine, morfologia del terreno, vicinanza a masse d’acqua, presenza e tipo di vegetazione, posizione della Terra rispetto al Sole, inclinazione dell’asse terrestre, attività solare, ecc. Alcuni sono piuttosto prevedibili e facili da capire, altri meno.
Sappiamo, per esempio, che le glaciazioni del passato sono associate alle variazioni dell’orbita e dell’inclinazione dell’asse di rotazione del nostro pianeta. Sappiamo come funzionano le correnti atmosferiche e oceaniche che trasportano energia da un capo all’altro della Terra. Grazie alla paleoclimatologia (la scienza che si occupa di ricostruire il clima del passato sfruttando delle vere e proprie “banche dati” naturali, come anelli di accrescimento degli alberi, ghiacci polari, sedimenti marini e lacustri, ecc. i quali racchiudono informazioni sul clima del periodo durate il quale si sono formati), abbiamo una buona idea di come fosse il clima del passato e possiamo dire, con una buona approssimazione, come il clima sia cambiato durante la storia della Terra.

Da qui possiamo partire a chiarire alcuni dei punti più controversi.

Il clima è sempre cambiato e continuerà a farlo.

Vero. Da quando esiste la Terra, il clima è cambiato molte volte. Ci sono stati periodi più caldi e periodi molto più freddi. Durante queste fasi, tutto il pianeta ha subìto dei cambiamenti e la vita si è evoluta con essi. Le ere glaciali sono associate, come facilmente intuibile, a clima più freddo e presenza di ghiaccio (nello specifico, chilometri di ghiaccio che ricoprono la superficie terrestre) specialmente all’emisfero nord. Meno facile da immaginare è che ad un nord europa-asia-america in formato palla di neve, corrisponda un periodo arido a livello dell’equatore. Dato che la quantità di acqua presente sul pianeta è verosimilmente sempre la stessa, se buona parte di essa è ghiacciata alle alte latitudini, non può cadere come pioggia all’equatore, il livello degli oceani si abbassa e la foresta pluviale africana si trasforma in una savana.
Piccola curiosità: sembra plausibile che un cambiamento di questo tipo sia alla base del perché oggi camminiamo a terra su due zampe e non su quattro sugli alberi come i nostri cugini scimpanzè, ma questa è un’altra storia.

Quanto ci impiega il clima a cambiare?

Da migliaia, a decine di migliaia, fino a centinaia di migliaia di anni. Le dinamiche che regolano la Terra sono molto complesse e tutti gli elementi che la compongono sono inestricabilmente legati tra loro. Questo si traduce in un sistema molto stabile e piuttosto refrattario al cambiamento. Pensate alla Terra come ad una pentola piena d’acqua, un sistema molto semplice. Anche se accendete il fuoco e riscaldate la pentola, ci vorrà del tempo prima che l’acqua abbia una temperatura così elevata da ustionarvi. Lo stesso partendo con l’acqua calda. Anche spegnendo il fuoco, prima che sia di nuovo fredda ci vorrà una certa quantità di tempo. La Terra è una sorta di enorme pentola riscaldata – principalmente – dal Sole, solo che la nostra pentola complessa ha un bello strato di isolamento conosciuto come atmosfera che impedisce ad una parte del calore di andarsene. Nonostante questa complessità, il clima sta cambiando ad una velocità molto più elevata di qualsiasi ricostruzione paleoclimatica, ed è questo a preoccupare maggiormente. Quindi non è il cambiamento climatico in sé a rappresentare un problema, ma la velocità con il quale sta avvenendo.
Per di più, il clima ha effetti diretti anche sulla vita. L’evoluzione è alimentata dai cambiamenti ambientali, a loro volta direttamente correlati con il clima. Se il clima cambia troppo velocemente, molte specie potrebbero non riuscire a adattarsi ed evolvere, andando inevitabilmente verso l’estinzione.

Il cambiamento climatico non ha nulla a che fare con le attività antropiche

Fino a prima dell’era industriale possiamo dire di sì, le attività umane non erano in grado di modificare significativamente il clima. Però durante l’ultimo paio di secoli sono cambiate alcune cose, come ad esempio la popolazione mondiale. Se nel 1800 non arrivavamo al miliardo di esseri umani, oggi siamo in circa 7,8 miliardi a vivere sulla Terra. In questo periodo abbiamo imparato ad estrarre in maniera molto efficiente energia a basso costo dal sottosuolo in forma di petrolio e gas, da sommare al carbone fossile che già conoscevamo. Con il petrolio e il gas – e ancora con il carbone – alimentiamo la nostra crescita economica liberando dal sottosuolo carbonio che se ne sarebbe rimasto lì per chissà quante ere ancora. Ogni secondo vengono bruciate 250 tonnellate di carbone, 1000 barili di petrolio e 105.000 metri cubi di gas. Tutti materiali che hanno impiegato milioni di anni per formarsi e sono rimasti nel sottosuolo per altrettanti milioni di anni. Bruciare combustibili fossili rilascia nell’atmosfera anidride carbonica, un gas serra molto efficiente nel rendere ancora più isolante la nostra trapunta d’aria.

Anidride carbonica e altri gas serra

Se non esistesse l’effetto serra, la temperatura media della Terra sarebbe di più o meno 0°C, per intenderci, le stesse condizioni medie di alcune località nel nord nella Russia o del Canada. Fortunatamente, grazie ai gas serra la Temperatura media della Terra si aggira intorno a 15°C, decisamente più favorevole alla vita. I gas serra sono molti e ognuno la capacità di riflettere la radiazione la radiazione proveniente dal sole o dalla superficie terrestre. Il principale gas serra è il vapore acqueo, che contribuisce al mantenimento della nostra bolla tiepida per una buona maggioranza rispetto agli altri gas presenti in atmosfera. È presente naturalmente in atmosfera ed ha una concentrazione relativamente stabile, con variazioni significative a livello locale determinate prevalentemente dalla temperatura.

Quindi l’anidride carbonica passa in secondo piano? Affatto. Nonostante sia presente in quantità molto basse (412 ppm quando viene scritto questo articolo, ma potete consultare il sito del National Oceanic and Atmospheric Administration per aggiornamenti quasi giornalieri), produce un effetto serra molto più importante rispetto al vapore acqueo. Quindi, anche con variazioni che a noi sembrano irrisorie, l’effetto è molto maggiore. Ed è qui che entrano in gioco le attività umane visto che sono la fonte principale e indiscussa di emissione nell’atmosfera di anidride carbonica. Anidride carbonica liberata dal sottosuolo con l’utilizzo dei combustibili fossili. Poi potremmo aggiungere anche altri gas serra presenti in atmosfera on concentrazioni ancora minori come metano (1,87 ppm), ossidi di azoto (0,33 ppm) e alocarburi (0,00001 ppm), ma che hanno un potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential – GWP per chi volesse approfondire) di 30 (metano), 250-300 (ossidi di azoto) e 1000-5000 (alocarburi) rispetto all’anidride carbonica che ha un GWP pari a 1. Il caso vuole che le fonti principali di questi gas siano attività umane. Esistono anche fonti naturali di metano e ossidi di azoto, ma sono decisamente inferiori al contributo antropico.

Piante e cambiamento climatico

Gli effetti delle piante sul clima e viceversa sono diversi e molto complessi ed è difficile riassumere tutto in un paio di paragrafi. Volendo comunque elencare i punti principali:

  • La deforestazione è una delle principali fonti di anidride carbonica, nonché perdita di biodiversità.
  • La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo è prodotto dalle alghe negli oceani e non dalle piante terrestri.
  • Visto l’aumento delle temperature verso le alte latitudini, le foreste si stanno espandendo in zone dove prima c’era neve o ghiaccio per la maggior parte dell’anno. La neve bianca riflette quasi totalmente la radiazione solare, mentre le piante hanno un colore più scuro e si riscaldano leggermente se esposte al sole. Sicuramente di più rispetto alla neve e quindi contribuiscono ad aumentare le temperature nelle zone dove le foreste si stanno espandendo.
  • Gli alberi sono in grado si immettere nell’atmosfera grandi quantità di acqua con l’evapotraspirazione. Dove ci sono foreste piove tendenzialmente di più rispetto a dove non ci sono. Il risultato è che più diminuiscono le superfici forestali, maggiore è la probabilità di andare incontro a desertificazione.
  • Gli alberi sono molto efficienti nel sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera (legno e materiale in decomposizione al suolo), a patto che non vengano tagliati per essere lavorati e infine bruciati.
  • Piantare alberi è un’ottima idea, ma il luogo migliore dove iniziare sono le zone deforestate.
  • Parlando di ambiente urbano, gli alberi hanno numerosi effetti positivi a livello locale, ma poco paragonabili all’effetto di chilometri quadrati di foresta.

Per approfondire alcuni di questi punti, consiglio di leggere l’articolo della BBC.

Il cambiamento climatico alla fine tocca da vicino praticamente tutte le attività umane. Anche se l’aumento della temperatura media di 1-2 °C non sembra una variazione così elevata da modificare profondamente il nostro pianeta, secondo quello che conosciamo fino ad ora, molti ecosistemi potrebbero cambiare radicalmente. Molte specie potrebbero scomparire perché non avranno il tempo di adattarsi alle condizioni climatiche del prossimo futuro. Altre specie potrebbero essere avvantaggiate e diventare invasive, comprese specie dannose per le nostre attività. Senza inverni freddi, diversi parassiti che danneggiano le coltivazioni potrebbero sopravvivere tutto l’anno e creare molti più danni rispetto ad ora. La desertificazione e l’innalzamento del livello del mare porterebbero inevitabilmente alla nascita di veri e propri “migranti climatici” dalle zone in cui si manifesteranno i primi effetti significativi.

Per prevedere i possibili scenari futuri, nel tempo sono stati elaborati diversi modelli previsionali, ogni volta aggiornati secondo le nuove conoscenze. Ovviamente, non è possibile stabilire se una previsione è corretta finché non la si può confrontare con la realtà. Se i primi modelli previsionali degli anni ‘80 hanno avuto un margine di errore piuttosto elevato, quelli di una decina di anni fa hanno predetto abbastanza bene le condizioni in cui ci troviamo ora. I modelli attuali, ancora più articolati, non prospettano un futuro così positivo e puntano tutti verso un aumento delle temperature e dei fenomeni estremi, che potrebbero diventare la normalità e non l’eccezione.

Il tema del cambiamento climatico dovrebbe essere affrontato e discusso molto più spesso, non solo in congressi internazionali, ma anche a livello locale, possibilmente senza interessi politici o economici a guidare il dibattito. E spostare semplicemente il problema da qualche altra parte, ad esempio in paesi con un’economia in forte sviluppo, non è una giustificazione sufficiente per evitare di prendere provvedimenti.
Non è possibile prevedere con precisione il futuro, ma ormai conosciamo abbastanza bene il nostro pianeta da poter azzardare delle ipotesi verosimili. E non si tratta neanche di fare “scelte coraggiose”, abbiamo le risorse e le conoscenze per garantirci un futuro sull’unico pianeta su cui possiamo vivere.

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Giacomo Bernello

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